PEOPLE | 21 Feb 2019

Professione Big Data Architect: storia di Monica Franceschini

Solide basi tecniche e passione per l'informatica. Ecco la carta d'identità della professione Big Data Architect.

Ingegnere in Big Data: Monica Franceschini è responsabile del gruppo Big Data del centro di competenza Data and Analytics di Engineering, una struttura trasversale che lavora sul mondo dati. “Se dovessi descrivere il mio lavoro – afferma – direi che mi occupo di progettare architetture distribuite complesse, necessarie ad analizzare i dati e trarne valore informativo anche mediante scouting tecnologico utile a individuare soluzioni solide”.

Un lavoro molto tecnico il suo, tanto che più volte Monica Franceschini ribadisce la necessità di avere “basi solide di informatica o ingegneria informatica” per poter diventare Big Data Architect. Nel gruppo di lavoro di Monica la maggior parte dei professionisti ha intrapreso lo stesso percorso di studi. “Questa è una professione ambita, ma richiede un livello molto molto alto di competenza tecnica, soprattutto per il proliferare di strumenti nuovi e paradigmi di programmazione diversi che si ha la necessità di conoscere”.

Quale il bagaglio necessario per diventare Big Data Architect?

“Un background tecnico solido, come già detto, e la capacità di passare velocemente da un tema all’altro. Una dinamicità che probabilmente porta le donne ad adattarsi bene a questo lavoro, vista la predisposizione al multitasking e all’affrontare diversi problemi in parallelo. Oltre questo sicuramente la caparbietà e un amore per l’informatica e la tecnologia che diventa compagna fissa delle nostre giornate”.

Quante donne ci sono nel suo gruppo di lavoro?

“Nel team ci sono un buon numero di ing donna, circa un 50%. Un numero maggiore ricoprono la figura del Big Data Scientist, ma possiamo dire che in azienda c’è un buon equilibrio di genere che ci porta a lavorare molto bene. Potremmo dire che le donne hanno un’attenzione particolare al rapporto umano e una maggiore sensibilità, molto importante soprattutto nei gruppi in cui si fa un lavoro tecnico”.

Quali le complessità in questa professione?

“Chi si avvicina al lavoro di Big Data Architect deve sapere che non ci s’inventa architetto dell’informazione: solitamente si passa da una prima esperienza di developer, per accumulare la giusta esperienza utile a fare un lavoro piuttosto complesso. Complesso soprattutto per l’elevata caducità delle soluzioni che porta a non potersi mai dichiarare esperto di una certa tecnologia. Difficilmente ci si specializza su una cosa per poi esportarla su problematiche differenti. Si conoscono, si devono conoscere, tante soluzioni e tenersi costantemente aggiornati.

Una professione che non lascia spazio al tempo libero quindi?

“Personalmente posso dire di essere mamma di due bimbi, quindi sono la dimostrazione che il Big Data Architect, pur essendo un lavoro non banale, permette la conciliazione. Poi è vero che mi trovo spesso a dover studiare anche nel tempo libero, ma questo fa parte del mestiere. Credo che possano bastare poche settimane senza leggere o aggiornarsi per perdersi molte cose necessarie per svolgere al meglio la propria attività”.

Un libro che ha lasciato il segno?

“Uno degli ultimi letti che mi ha dato interessanti spunti di riflessione è Il quarto uomo, di Frank Schätzing. Un thriller ambientato all’epoca della guerra del Golfo che ci fa approfondire il tema della contraffazione della realtà e della nostra vista parziale sulla realtà disegnata dai media. Se ci pensiamo bene, soprattutto a causa dei social media, la realtà è sempre più mediata e questa bulimia di informazione non ci lascia il tempo di approfondire e comprendere. Tutti sappiamo molto, ma non in modo approfondito. Un problema non banale che, azzardo un’ipotesi, si risolverà solo con una evoluzione genetica che ci aiuterà a cambiare atteggiamento, dal momento che le appendici digitali saranno diventate un “sesto senso” di cui l’essere umano saprà valutare l’attendibilità o meno”.

Come si informa un Big Data Architect?

“Personalmente ai social come Twitter, dove non trovo più riferimenti tecnici affidabili e interessanti, preferisco le newsletter che aggregano notizie utili. Tra queste sicuramente Data Eng Weekly dove trovo sempre soluzioni interessanti da studiare e testare. Momenti di formazione sono anche alcuni eventi annuali imperdibili quali Strata Data Conference o DataWorks Summit dove quest’anno ho il privilegio di partecipare come relatrice per presentare un nostro progetto”.

Il segreto del suo successo?

“Studiare e sperimentare soluzioni”.

 

Sonia Montegiove