MARKET | 31 Gen 2019

Big Data tra privacy e desiderio di personalizzazione

Conosciuti, ancora poco usati, ma percepiti come di grande valore secondo la ricerca Retail Transformation

Big Data, ovvero quella grande quantità di dati prodotta in Rete e caratterizzata, oltre che dalla quantità, anche da varietà e dalla velocità con la quale vengono registrate le variazioni dei valori di queste informazioni. “La distanza tra la Terra e la Luna percorsa circa 1250 volte andata e ritorno. Questa sarebbe, viaggio più viaggio meno, l’altezza di una pila di carta che dovesse contenere tutte le informazioni pubblicate su internet ogni anno” chiarisce Stefano Epifani, presidente del Digital Transformation Institute. Volume, varietà e velocità, dunque. Caratteristiche che determinano sì le potenzialità ma anche la complessità nell’analisi, necessaria per dedurne il senso. 

Ma cosa ne sanno le persone di Big Data?

La ricerca Retail Transformation, realizzata dal Digital Transformation Institute e dal CFMT in collaborazione con SWG e Assintel, fa emergere come il 28% degli utenti ha sentito parlare di Big Data, ma non riesce a darne una definizione chiara, mentre solamente il 15% degli intervistati sa con esattezza cosa siano e cosa rappresentino. Il termine Big Data viene associato prevalentemente, e in maniera generica, a “analisi dei dati” e a “massiva quantità di dati“, ma c’è anche chi riesce a offrirne una definizione chiara: “l’insieme di tecnologie e metodologie di analisi di grandi masse di dati” o la “gestione intelligente di molti dati per prevedere eventi e comportamenti“. Personalizzazione dei servizi, dunque, per alcuni lo scopo dei Big Data, per altri, più preoccupati, sono sinonimo di “affari nostri nelle mani degli altri”.

 A cosa servono i Big Data nella nostra vita?

Il 47% degli utenti intervistati dichiara di aver ricevuto sullo smartphone informazioni personalizzate su prodotti e offerte di un negozio visitato, ma se il 32% ha trovato utile il servizio, il 25% ha provato disagio, ritenendo che sia stata violata la propria privacy, e fastidio per l’assenza di contatto umano e per la perdita di tempo rispetto a un’informazione non richiesta. Il 37% delle persone si dichiara, in fin dei conti, interessata al servizio e il 70% troverebbe utile avere un’app che consenta di sapere, partendo dalla foto di un prodotto, qual è il negozio più vicino in cui poterlo acquistare. Infine, il 49% degli intervistati dichiara l’interesse ad avere un’app in grado di creare un capo di vestiario o un servizio su misura in base alle informazioni sul proprio stile di vita raccolte tramite profilazione. Gli utenti, dunque, mostrano un sincero interesse verso le applicazioni dei Big Data, eppure l’offerta di servizi personalizzati e gratuiti a fronte della cessione dei dati personali rimane questione non risolta e determina più d’una contraddizione nelle risposte. Gli intervistati nella metà dei casi preferiscono tutelare la propria privacy piuttosto che ricevere sconti, dichiarandosi poco disposti a cedere dati.

Le aziende usano i Big Data?

Le imprese ICT, nel 41% dei casi, dichiarano che le imprese clienti fanno un uso nullo o molto limitato di applicazioni che utilizzano Big Data, ma registrano anche la stessa quota percentuale di aziende che ne fanno un utilizzo significativo. Tuttavia, c’è consapevolezza che i Big Data siano un investimento strategico, tanto che le imprese che lavorano nel digitale ritengono che il 52% delle aziende clienti svilupperà le applicazioni basate sui Big Data, mentre solo il 19% non investirà nulla su questa tecnologia.

Con un panorama temporale che va oltre i tre anni, le aziende ICT interpellate ritengono che le imprese clienti, seppur con qualche complessità, utilizzeranno Big Data, in particolare nel marketing, comunicazione e assistenza clienti (14%), contabilità, controllo di gestione, finanza (11%) e produzione di beni ed erogazione di servizi. Prendendo a riferimento un periodo di uno-due anni, le aziende intendono usare Big Data in fase di progettazione, ricerca e sviluppo (46%) e nella gestione personale e organizzazione (35%), oltre che nel controllo di qualità (32%).

Tempi lunghi e paure a parte, dalla ricerca emerge che è chiaro a tutti il grande valore che possono avere i dati purché analizzati e utilizzati. Del resto, la disponibilità delle informazioni in tempo reale è uno dei pilastri dell’Industry 4.0.

Stefania Farsagli