PEOPLE | 27 Giu

Il dato è nulla senza il processo: intervista a Dario Buttitta

Quale il ruolo dei processi e quindi dei dati nella digital transformation della PA?

“Per un Paese coraggioso, dignitoso e onesto”: questa la sua presentazione in breve su Twitter, che contiene le stesse parole chiave che contraddistinguono il suo operato nella direzione della divisione Pubblica Amministrazione e Sanità in Engineering. Dario Buttitta, che ha iniziato la sua carriera nel 1986 in Cerved come programmatore, è persona che conosce bene non solo la tecnologia ma anche e soprattutto il valore dell’organizzazione dei processi e la necessità di ripensarli completamente nel momento del passaggio al digitale.

Parafrasando una vecchia pubblicità della Pirelli – esordisce Buttitta descrivendo il valore del dato in azienda e in PA – potremmo dire che il dato è nulla senza il processo. Per avere un dato di valore, che consenta una gestione più efficiente in quanto basata sui dati, è indispensabile governare i processi per arrivare a disporre di informazioni affidabili e interessanti.

Diverse le best practice citate da Buttitta: tra queste quella della Regione Autonoma della Sardegna con il suo Sistema Informativo Sanitario Integrato Regionale – SISaR – che, attraverso la piena digitalizzazione di tutti i processi amministrativi e produttivi delle Aziende Sanitarie sarde, raccoglie e mette a loro disposizione le informazioni utili a gestire in modo efficiente la salute dei pazienti, dai processi contabili delle risorse umane e della programmazione e controllo ai processi clinico-assistenziali, sia ospedalieri che territoriali, ai processi di pianificazione, prenotazione ed erogazione dell’offerta di prestazioni specialistiche e diagnostiche.

Questa è una di quelle eccellenze della PA – dice Buttitta – che andrebbero esportate in altre realtà, visto che costituisce di fatto la prima vera esperienza in Italia di Sistema Informativo Sanitario Integrato, unico a livello regionale per tutte le Aziende Sanitarie del territorio, in grado di fornire una visione unitaria del Servizio Sanitario Regionale e dello stato di salute della popolazione assistita. Avere unificato le banche dati e aver lavorato a digitalizzare i processi, in modo da avere informazioni disponibili e affidabili, ha consentito alla Sardegna di mettere il cittadino al centro. Così come è stato nel progetto di dematerializzazione dei procedimenti amministrativi regionali (oltre 200) che ha portato ad una vera rivoluzione e non solo a trasferire in digitale ciò che prima era su carta.

Basi di dati uniche e interoperabili la parola d’ordine.

Nel Codice di Amministrazione Digitale si ribadisce questo concetto, come lo si riprende in altre mille occasioni, ma senza mai arrivare davvero a rendere possibile la fruibilità del dato e la garanzia della sua qualità. Non basta certo esporre le informazioni, quanto far sì che queste abbiano un senso. Nel corso della mia esperienza ho avuto modo di trovare molte PA locali con grande attenzione a questo tema, proprio perché, a differenza di quelle centrali, hanno un contatto diretto con il cittadino e sentono forte il bisogno di fornire servizi efficienti e dati che possano incidere positivamente sulla qualità della vita delle persone. Del resto, poter migliorare l’efficienza digitalizzando ha un impatto politico forte, particolarmente apprezzato nelle PA locali.

Quale il ruolo del Piano Triennale di recente emanazione?

L’ultima versione del documento sicuramente presenta aspetti interessanti, soprattutto a livello di visione strategica di medio periodo, anche se credo sia stato poco concordato con la periferia e rischi di restare un documento centralista (mi auguro non pressoché ignorato come i precedenti). Tra gli elementi del Piano che mi auguro vengano attuati c’è indubbiamente quello del consolidamento dei data center.

Per poter attuare il Piano, al di là degli elementi teorici sui quali a volte si discute fin troppo, c’è sicuramente la necessità di cambiare gli strumenti di procurement ad oggi spesso inadeguati.

Quali le priorità d’intervento per una PA trasformata digitalmente?

A mio avviso due sono le cose sulle quali si dovrebbe lavorare: competenze digitali dei funzionari pubblici e sistemi di procurement moderni e flessibili.

Circa il primo aspetto devo dire che in questi anni sono stati davvero tanti i funzionari capaci incontrati. Persone illuminate, in grado di gestire situazioni difficili, ma spesso limitati da strumenti rigidi che non li aiutano a fare bene il proprio lavoro. Investire sul capitale umano significa poter fare affidamento su persone competenti in fase di predisposizione delle gare, per esempio.

Il sistema di procurement attuale, purtroppo, porta le PA a realizzare gare che si possono concludere a distanza di anni e questo è assurdo. Non credo sia necessario ribadire che nel digitale un progetto, trascorsi 6 mesi, debba essere rivisto in quanto superato.

Bisognerebbe abbandonare il vecchio approccio alle gare, più finalizzato a far sì che le persone si comportino in modo onesto, piuttosto che a far sì che la cosa si possa fare. Mi piacerebbe che l’onestà delle persone fosse data per scontata (al di là del fatto che abbiamo tutti gli strumenti per smascherare chi non lo è e punirlo) e che si potesse dare una maggior libertà e agilità al lavoro.

Di cosa c’è bisogno per rilanciare l’economia anche attraverso il rilancio della PA?

A me piacerebbe sentire, più spesso di altri first, un IT first. Perché la tecnologia, l’innovazione, il digitale spinto dalla PA rilanciano anche l’economia. Sono fermamente convinto che una domanda qualificata da parte del pubblico possa selezionare le aziende e far sì che anche la richiesta diventi migliore. Mi piacerebbe che non ci fossero preoccupazioni per aziende che non tengono il passo e falliscono perché non capaci di fare offerte innovative. Mi piacerebbe che ci fosse una selezione darwiniana delle aziende, per far sì che a sopravvivere siano le migliori, quelle che investono in ricerca e sviluppo e sono in grado di accontentare una domanda esigente della PA. Per fare questo non servono slogan ma solo investimenti importanti e azioni coraggiose.

C’è bisogno oggi più che mai di meno storytelling e racconti sul quanto siamo bravi. C’è bisogno di gente silenziosa che faccia le cose.

Sonia Montegiove