TECH | 14 Mar 2019

Innovazione: cerchiamo il bello per perseguire il giusto?

Qual è il legame tra bellezza, innovazione e attenzione al bene comune?

L’innovazione è più poesia che scienza”. Lo afferma Daniel W. Rasmus, autore di Listening to the Future e uno dei più autorevoli analisti del complesso mondo della Trasformazione Digitale. E non sbaglia, se si considera che in greco antico “poesia” si dice proprio “poiesis” (ποίησις), dal verbo “poieo” (ποιέω), che vuol dire -appunto – “fare”, “creare”. E se la poesia è creazione di qualcosa di nuovo, cos’è l’innovazione se non l’applicazione di quel concetto di “intuizione lirica” che ha usato Benedetto Croce per descrivere l’arte? Ossia quella “aspirazione chiusa nel giro di una rappresentazione” che è sia intuizione per la sua dimensione razionale e che, in quanto tale, rende indispensabile la profonda consapevolezza della tecnica, sia lirismo perché non segue soltanto un processo tecnico, ma anche il suo corso creativo, intuitivo, spirituale. E così come non c’è arte senza tecnica e creatività, allo stesso modo non può esserci innovazione senza creatività ed arte.

L’innovazione e la bellezza

Arte, innovazione e poesia hanno molto in comune, quindi. E se si parla di arte e poesia non si può non parlare di bellezza. Quella bellezza che, a ben guardare, è insita in ogni innovazione di successo. Quella bellezza correlata all’innovazione che troppo spesso la nostra società non nota, o addirittura nasconde. Non la nota perché, nella migliore delle ipotesi, è occupata a guardare all’innovazione come strumento di crescita economica. Una visione tecnica alla quale nega la dimensione lirica senza cui, però, non ci sarebbe percorso creativo, e quindi non ci sarebbe innovazione.

Addirittura la nasconde, quando guarda all’innovazione demonizzandola e fuggendone. Quando guarda all’innovazione con timore, sconcerto e ansia. Quel timore, quello sconcerto e quell’ansia che vengono dalla consapevolezza che l’innovazione è generatrice di cambiamento. E il cambiamento fa paura. Fa paura perché ci conduce al di là delle nostre zone di confort, spingendoci verso direzioni ignote e inesplorate: impone sfide, è un processo creativo. Ma la creazione, lo abbiamo detto, è alla base della poesia.

Innovazione come sfida

Per questo – anche in occasione di questi 30 anni di Internet – dovremmo tornare a concentrarci di più sulla bellezza dell’innovazione, andando oltre la retorica contemporanea che dell’innovazione cerca costantemente di evidenziare gli elementi negativi. Lo fa perché è più facile evitare una sfida che coglierne la dimensione positiva. Perché è più facile cavalcare paura del nuovo e timore della diversità e del cambiamento che esso genera piuttosto che indurre alla riflessione e farne cogliere la bellezza. E questo non vuol dire certo che si debba accettare acriticamente ogni elemento di cambiamento determinato dalla tecnologia come positivo. Non si tratta di guardare al futuro con un’ottica post-futurista in salsa 2.0.

In un momento in cui ci troviamo di fronte alla necessità di prendere grandi decisioni su ciò che è giusto in merito agli sviluppi della tecnologia e i suoi impatti sulla società utilizziamo piuttosto anche il bello come strumento di supporto nella scelta. Dobbiamo fare della bellezza una guida: in un momento in cui è fondamentale distinguere il buono dal meno buono, quando si parla di innovazione dovremmo prendere maggiormente in considerazione il criterio del “bello” in una sua concezione epistemica, per aiutarci a capire e determinare le direzioni del cambiamento.

Costruire all’insegna del bello per farlo all’insegna del bene?

Margherite Yourcenair fa dire ad Adriano “mi sentivo responsabile della bellezza del mondo” a indicare la necessità di ricercare continuamente accordo tra orientamento al cambiamento e necessità che tale cambiamento producesse bellezza. Quella bellezza che già 2.500 anni fa Platone considerava come una guida necessaria per perseguire il giusto attraverso il suo intrinseco collegamento con il bello: chi costruisce lo Stato all’insegna del bello, lo fa all’insegna del bene. Il costituente di Platone che scrive la Costituzione è come un pittore che dipinge sulla tela: entrambi guidati dalla ricerca del bello.

Cerchiamo quindi di costruire delle città belle e otterremo delle Smart City realmente vivibili. Cerchiamo di sviluppare relazioni belle, e comprenderemo meglio come utilizzare i social network per arricchirci piuttosto che prosciugarci di umanità. Cerchiamo di costruire un futuro in cui la tecnologia ci aiuti nel rappresentare la bellezza, e le troveremo un ruolo nella direzione della sostenibilità.

Cerchiamo di far emergere quella bellezza che troppo poco emerge, oggi, quando si parla di innovazione. Quella bellezza che dobbiamo riportare al centro dei ragionamenti fatti attorno all’innovazione e alla trasformazione digitale. Perché è proprio la ricerca della bellezza che ci aiuterà a dare una direzione positiva al cambiamento.

 

Stefano Epifani