SOCIETY | 30 Gen 2018

Le Smart City nell’era della trasformazione digitale: quale cambiamento di senso per le nostre città?

Riflessioni a margine del Kickoff Meeting 2018 di Municipia

Da una parte c’è la trasformazione digitale: un concetto che, anche a causa del marketing di vendor e società di consulenza che vi hanno visto l’ulteriore occasione per vendere chi hardware e software e chi “buoni consigli” (per dirla alla De Andrè), ancora fatica a trovare una definizione consolidata e realmente condivisa. Dall’altra ci sono le Smart City. E pure in questo caso, visto che di città davvero “smart” – qualsiasi cosa voglia dire – dalle nostre parti (e non solo) se ne vedono poche, la difficoltà definitoria non è banale.

Non stupisce quindi che cercare di declinare il concetto di trasformazione digitale in un ambito come quello delle Smart City sia un esercizio che, se non si sta attenti, rischia di somigliare un po’ troppo al tentativo di descrivere l’effetto di una fantasia su un’ipotesi. Tuttavia, se davvero vogliamo costruire città in cui l’intelligenza non sia solo presente in pali della luce in salsa 2.0, non possiamo permetterci di non farlo. Rispondere chiaramente a certe domande, quindi, inizia a diventare prioritario per identificare la direzione di scelte dai cui esiti dipende il modo in cui disegneremo le città del domani e, forse ancora più importante, ridisegneremo quelle di oggi. Di questo si è parlato durante il KickOff Meeting di Municipia, che si è tenuto ieri a Firenze e che è stato occasione per affrontare la riflessione che segue.

Cos’è la trasformazione digitale?

Una rivoluzione di senso. Non c’è una risposta più semplice. A meno che non si voglia cadere nell’equivoco tutt’altro che involontario di quanti tentano di spacciare questo fenomeno per la generica digitalizzazione dell’azienda. Digitalizzazione finalizzata ad automatizzarne i processi o – nella migliore delle ipotesi – magari persino reingegnerizzarli. Ma se questa definizione fosse quella giusta si faticherebbe davvero a capire cosa c’è di nuovo rispetto a quanto si cerca di fare con l’informatica, che non a caso vuol dire proprio informazione automatica, da quando è nato il primo calcolatore. In effetti c’è dell’altro. Molto altro. Trasformazione digitale è un concetto che descrive l’impatto trasformativo, appunto, delle tecnologie sulla società, sul business, sulle relazioni, sulle città e su ogni aspetto della nostra vita.

Un impatto che genera un cambiamento che si basa su due elementi fondamentali:

  • In primo luogo ha dimensione esogena all’organizzazione. È bene chiarirlo, la trasformazione digitale non dipende dalla volontà di una singola azienda. Non è, come la digitalizzazione, una scelta endogena. Non è l’organizzazione – pubblica o privata che sia – a decidere la trasformazione digitale. Al più può scegliere di cavalcare il fenomeno cercando di coglierne i vantaggi, oppure subirne le retroazioni negative. Ma la trasformazione digitale – come tutti i grandi fenomeni sociali – non dipende dalla scelta di un singolo attore. Ha una dimensione di contesto e di sistema che fa sì che il cambiamento sia trasversale agli attori sociali e, seppure dipendente dall’agire collettivo (perchè non bisogna pensare che la trasformazione digitale sia il regno del determinismo tecnologico), del tutto indipendente dalle scelte del singolo. Automatizzare un processo attraverso il digitale è una scelta endogena delle organizzazioni. La trasformazione digitale è un fenomeno esogeno all’organizzazione, che produce impatti trasversali alla società ed agli attori che la popolano.
  • In secondo luogo riguarda il “cosa”. La trasformazione digitale non riguarda il modo in cui le organizzazioni svolgono i loro compiti, non riguarda il “come” si fa qualcosa, ma attiene al “cosa” abbia senso fare. In altri termini se la digitalizzazione alla quale ci ha abituato l’informatica è una scelta (talvolta obbligata)  dell’organizzazione orientata ad ottimizzarne i processi o a ridisegnarli per renderli più efficaci, la trasformazione digitale va molto oltre. Impone alle organizzazioni di riflettere sul senso di ciò che fanno. Per questo la digital transformation è rivoluzione di senso. Perché impone a tutti gli attori in gioco – economici, politici, sociali – di ripensare il loro ruolo per capire se nel mutato scenario di contesto tale ruolo abbia ancora un significato, e quale sia viceversa il loro senso in una società che a valle della rivoluzione tecnologica in atto ha visto mutare i suoi equilibri ed il sistema di valori degli utenti. Se la domanda nell’era dell’informatica era “come posso sviluppare un sistema informativo efficace per realizzare i miei obiettivi?” oggi diventa “quali sono diventati oggi i miei obiettivi?”. È una domanda che molte aziende, nel recente passato, non si sono poste. Ed hanno fallito. Hanno fallito perché hanno ritenuto che la rivoluzione digitale in corso fosse sì importante, ma riguardasse qualcun altro. Ma riguarda tutti noi. Nessuno escluso.

Che succede alle città?

Per anni si è riflettuto sul ruolo delle città nell’era del digitale. Si è parlato di città smart, di comunità smart, di servizi smart. Si è pensato che bastasse aggiungere il prefisso “smart” pompando capacità di calcolo nei sistemi per risolvere il problema di qualsiasi servizio. E ci si è ritrovati con città zeppe di tecnologie smart, ma non per questo più intelligenti. Si è addirittura dimenticato che le città sono l’ambito di sviluppo delle relazioni sociali di chi le abita, arrivando a scordare cosa dovesse essere una Smart City e ritenendo che per risolvere il problema bastasse comprare un (bel) po’ di hardware, magari a valere su qualche finanziamento pubblico. E le nostre città sono diventate sempre più informatizzate, ma paradossalmente meno intelligenti. Anche perchè la sempre crescente disponibilità di dati, non accompagnata dalla capacità di gestirli, ha spesso portato allo stallo i decisori. Ed il motivo è che si è interpretato il fenomeno delle Smart City ascrivendolo all’ambito della digitalizzazione della PA, piuttosto che alla sua trasformazione digitale. Non si è riflettuto abbastanza sul senso della digital transformation applicata ai contesti urbani, e ciò ha portato ad una impostazione tecnocentrica e digicentrica delle azioni, quasi sempre finalizzate a ripensare processi senza chiedersi se tali processi, in un mutato scenario di contesto, avessero davvero ancora un senso. Ma pensare ad una città intelligente, oggi, vuol dire pensare ad una città che semplifichi la vita di chi la abita, garantisca processi di inclusione sociale, sia resiliente e flessibile, garantisca processi di scelta partecipata. Perché soltanto attraverso la partecipazione di tutti gli attori in campo (amministratori, cittadini, attori economici e sociali) si può pensare che semplicità, resilienza, partecipazione ed inclusività siano qualcosa di più che non buzzword da utilizzare nei convegni o peggio, visto il periodo, nei comizi.

In questo contesto, un ruolo centrale è ovviamente ricoperto dalla Pubblica Amministrazione. PA che deve ripensarsi a tutti i livelli, perché anche e soprattutto per essa serve una rivoluzione di senso. Pensare la trasformazione digitale applicata alle città vuol dire infatti capire che non basta né serve trasformare le file degli uffici in click day. Non basta né serve usare strumenti digitali per automatizzare processi pensati per un mondo analogico. Non basta né serve ridisegnare i servizi se non si pensa al mondo ed al contesto in cui tali servizi vengono erogati. Serve invece una riflessione sul senso profondo delle cose e dei ruoli. Una riflessione che abbia una dimensione profondamente politica e che riguardi la vision della città, il suo sistema dei servizi, il modello organizzativo, le dinamiche di partecipazione e, ovviamente, anche il modello tecnologico.

Chi saranno gli urbanisti digitali?

In uno scenario che non brilla per semplicità un’altra domanda diventa prioritaria: chi saranno gli urbanisti che guideranno questa trasformazione? Ed anche in questo caso la risposta è tutt’altro che semplice. Certo è che per gestire la complessità della trasformazione digitale serve e sempre di più servirà un approccio profondamente multidisciplinare, in cui architetti ed ingegneri, urbanisti ed informatici, psicologi e sociologi, designer ed economisti siano chiamati a riflettere assieme per individuare soluzioni che rispondano a problemi dettati dal mutato scenario di senso nel quale ci ha catapultato la trasformazione digitale.

Ed in questo contesto, lo ha spiegato bene Stefano De Capitani, Presidente di Municipia: “Anche i partner della PA devono cambiare totalmente approccio. Che siano aziende o altre amministrazioni, Università o centri di ricerca, alle Amministrazioni ed ai Comuni italiani non servono fornitori di tecnologia. Le città non hanno bisogno di soluzioni tecniche per i big data, piattaforme di intelligenza artificiale o strumenti per il cloud. Hanno bisogno – viceversa – di soluzioni operative volte ad affrontare realmente i problemi di chi le vive”.

Per troppo tempo le città sono state invece oggetto della corsa alla vendita di soluzioni in cerca di problemi, con il risultato che dopo centinaia di milioni di euro spesi in progetti “smart” ha fatto più per le Smart City italiane un servizio semplice come Google Maps, che ha il merito di rappresentare lo strumento attraverso il quale milioni di cittadini interagiscono con il territorio, di quanto non abbiano fatto decine di servizi “smart” implementati nelle città. Ma possiamo permetterci che i nostri servizi vengano gestiti, in maniera del tutto legittima, sia chiaro, da attori che sviluppano un processo di sostanziale uberizzazione delle funzioni della PA? In alcuni casi ciò non solo è possibile, ma anche auspicabile, ma le città devono mantenere il controllo di alcuni dei dati dei loro abitanti, e ripensare il loro sistema di servizi affiancate da attori che, proprio come Google ha fatto con google maps verso i cittadini, non si propongano come fornitori di tecnologie, ma risolutori di problemi. Ad una amministrazione non serve di implementare una soluzione per la gestione dei big data, ma affrontare grazie ad essa il problema del traffico. E questo vuol dire anche ripensare le filiere di fornitura ed i business model dei partner della PA, attraverso il ricorso a strumenti di project financing diversi e nuovi come il Pre Commercial Procurement o il Procurement for Innovation, che portino i partner della PA ad esserlo davvero, anche condividendo il rischio di progetto in base alle soglie di efficacia raggiunte, e non soltanto configurando il rapporto di partnership come definizione più elegante di quello che è – più prosaicamente – un rapporto di fornitura.

La sfida della trasformazione digitale è una sfida complessa, ma per coglierla si deve prima di tutto capire che trasformazione digitale è rivoluzione di senso, ed il compito di tutti noi è cercare di fornire un’interpretazione delle cose che sia compatibile con il nuovo scenario economico, sociale e tecnologico e che – nel caso delle Smart City – metta davvero “al centro” il cittadino.

Stefano Epifani