MARKET | 10 Ago 2017

Tecnologie cognitive: cresce l’interesse delle aziende italiane

Dati, intelligenza artificiale e cognitive computing: quale futuro?

Entro il 2025 in tutto il mondo verranno generati dati per un volume di 180 zettabyte che darà vita a un universo digitale 20 volte più grande di quello misurato nel 2015. Questo quanto previsto da IDC in un’indagine che mette in correlazione le potenzialità della raccolta dei dati con il loro utilizzo nell’intelligenza artificiale e nelle tecnologie cognitive.

Quando si parla di Intelligenza Artificiale  – afferma Giancarlo Vercellino, research & consulting manager IDCè facile lasciarsi trascinare da suggestioni più o meno fantascientifiche, immaginando applicazioni complesse che in una qualunque opera di finzione sembrano perfino banali. Questo porta a trascurare quella parte importante del lavoro che gli analisti conducono per il fine-tuning degli algoritmi, e che all’atto pratico molto spesso si traduce in una estrema complessità realizzativa, sia a livello di metodologia statistica che di ingegneria del dato.

Creare forme di automazione complesse capaci di interagire in modo sempre più sofisticato con l’essere umano è una sfida che richiederà l’impegno di generazioni: sono queste le infrastrutture su cui sarà possibile costruire le traiettorie di sviluppo economico dei prossimi decenni.

L’indagine IDC, condotta su un campione di imprese italiane con più di 50 dipendenti, evidenzia una nuova e forte propensione all’utilizzo del cognitive computing come strumento di business. Oltre l’80% delle imprese italiane con priorità legate al miglioramento dei processi sta pianificando il roll-out delle prime applicazioni basate su tecnologie cognitive a 12-24 mesi; oltre il 75% di quelle con priorità legate al miglioramento incrementale di prodotti e servizi sta prendendo in considerazione la possibilità di impiegare tecnologie cognitive; oltre il 70% delle aziende che stanno attraversando processi di trasformazione dell’organizzazione o di sviluppo di nuovi prodotti/servizi sta già impiegando soluzioni e tecnologie di tipo cognitivo.

Con la trasformazione digitale, la raccolta, l’organizzazione e l’analisi dei dati acquistano un ruolo centrale in azienda, utile non solo ad abilitare nuovi modelli di business, ma anche a individuare nuovi vantaggi competitivi. Ed è per questa ragione che un numero crescente di imprese sta guardando con interesse all’intelligenza artificiale e alle tecnologie cognitive in grado di modificare processi consolidati e ridefinire ruoli aziendali, con un impatto che si estenderà non soltanto nell’ottimizzazione della produzione, ma anche nel flusso stesso dei modelli decisionali.

Gli investimenti aziendali, rileva la stessa IDC, non si orientano più soltanto verso nuove tecnologie, ma si stanno focalizzando sul ridisegno e rinnovamento dei processi aziendali più consolidati. Il cognitive computing, tra queste nuove tecnologie, promette di apportare miglioramenti che vanno ben oltre le mere esigenze di automazione dell’IT, impattando profondamente sulle fasi di discovery e analisi dei dati, sui processi decisionali, e quindi sul business aziendale.

Del resto, il footprint dati del singolo individuo sta crescendo e continuerà a crescere in modo esponenziale grazie a nuovi dispositivi personali, nuovi ambienti intelligenti, nuovi ruoli, ma anche nuove regolamentazioni che promuovono una sempre maggiore democratizzazione del dato. A loro volta, le imprese stanno moltiplicando questi ecosistemi di dati per creare valore, aumentare l’efficienza, realizzare nuovi prodotti e servizi.

Quando si parla di intelligenza artificiale e cognitive computing – afferma il presidente del Digital Transformation Institute, Stefano Epifani si sta parlando, ovviamente, di uno degli sviluppi più importanti dei prossimi anni. Uno sviluppo che non sarà solo tecnologico, ma avrà impatti economici e sociali che ancora fatichiamo a immaginare.

Ciò che invece non si fa fatica a immaginare è che molte delle nostre aziende sono totalmente impreparate al cambiamento che le aspetta. Non è solo una questione tecnologica, ma anche e soprattutto culturale e organizzativa. Non serve l’intelligenza artificiale per mettere in difficoltà aziende che già oggi si trovano di fronte a un aumento di 20 volte della quantità di informazioni generate al mondo in soli due anni. Aziende che hanno ancora sistemi informativi degli anni ’80.

In questo contesto, è bene ricordarlo, le tecniche di analisi basate sui big data, più che una opportunità sono una sorta di “surviving strategy”, nella quale rischiamo di rinunciare al perché delle cose rispetto alla descrizione del cosa, e questo rischia di non essere il viatico migliore per iniziare a ragionare di intelligenza artificiale.

L’hype sull’argomento è forte, e penso che ci saranno molti, moltissimi epic fail prima di vedere risultati significativi. Nulla di male in ciò: il progresso è costellato di fallimenti, il rischio è che si sia così impreparati al cambiamento da non riuscire nemmeno a trarre insegnamenti utili dai fallimenti. Nel nostro Paese è già successo a più riprese negli ultimi 20 anni, ma ancora non abbiamo imparato la lezione.

Questo è il momento di avere coraggio ed osare, ma anche di farlo con consapevolezza dei propri obiettivi di business, e non per seguire una moda.