PEOPLE | 5 Ott 2017

Un anno con Ingenium

Come è cambiata la percezione della cultura del dato da un anno a questa parte?

Esattamente un anno fa prendeva vita un magazine specialistico, un posto in cui trattare il tema della trasformazione digitale partendo dalla cultura del dato –  dichiara Paolo Pandozy, AD Engineering. Una nuova sfida che parla di persone, società, tecnologie e mercato, attraverso la storia di chi opera il cambiamento quotidianamente e la vision di chi genera la trasformazione con il proprio lavoro. Ingenium vuole essere un alleato per chi fa innovazione, fornendo spunti, idee, strumenti interpretativi e chiavi di lettura, ma anche un luogo di scambio e confronto sui temi cruciali per la crescita delle aziende e, con esse, della società e del Paese.

Ingenium come ingegno. Perché è l’ingegno che governa l’innovazione.

Così Concetta Lattanzio, Direttore della Comunicazione Engineering e Responsabile Editoriale del magazine, presentava un anno fa il ritorno di Ingenium, trasformatosi da monografia cartacea di 30 anni fa, a magazine on-line. Questo è un percorso che parte da lontano – continua Concetta Lattanzio – visto che Ingenium è stato per tanti anni un punto di riferimento informativo e culturale sui temi tecnologici più innovativi. Ho lavorato alla rivista precedente e sono convinta che un’azienda come Engineering, che oggi come allora contribuisce a costruire il futuro, possa e debba essere anche un luogo di incontro e dibattito sui temi dell’innovazione e della trasformazione digitale.

A distanza di un anno, abbiamo chiesto a chi ha contribuito con il proprio intervento alla crescita del magazine, come e se è cambiata la percezione della centralità della cultura del dato

Nell’ultimo anno – afferma il  responsabile della Direzione Centrale per l’Organizzazione Digitale INAIL Stefano Tomasiniho registrato un cambiamento in merito alla cultura del dato. Aziende e operatori non si accontentano più dei classici report e iniziano a farsi domande del tipo: il dato è facile da interpretare? È di qualità? Da dove è stato estrapolato? A quali processi elaborativi è stato sottoposto? Qual è il trend che abbiamo registrato? Quale sarà il trend nel futuro? Posso aumentare la velocità con cui fornisco le informazioni ad istituzioni ed operatori a seguito di loro richieste? Riesco ad avere indicazioni automatiche sulle correlazioni tra i dati al fine di poter evincere fenomeni utili a migliorare processi e servizi delle organizzazioni?

Questi aspetti sono particolarmente sentiti nei processi di trasformazione digitale, per disegnare al meglio i nuovi flussi organizzativi, individuare aree di efficientamento dei servizi orientati all’utenza interna ed esterna. Avere una fotografia dettagliata della realtà, una previsione sul futuro e una velocità di risposta dell’analisi sui dati, permette di meglio orientare la trasformazione digitale verso obiettivi provenienti dalle strutture di business. Per stimolare al meglio questo aumento della consapevolezza bisognerebbe semplicemente ‘cavalcare l’onda’, rispondendo concretamente a queste esigenze, al fine di innescare un meccanismo virtuoso orientato all’ottimizzazione dei processi. In pratica: il dato come carburante del processo di digitalizzazione.

Il mondo – dichiara uno dei visionist di Ingenium Gabriele Ruffattisarà progressivamente dominato dagli algoritmi che “ragionano” sui dati perché questo porta valore alle organizzazioni, al business, alla vita individuale e sociale. Un fenomeno talmente evidente che non necessita di spiegazioni. Ma gli effetti della trasformazione digitale devono essere governati in modo etico e trasparente. Saremo di fronte a scelte cruciali. Non potendo ottenere la sicurezza e la privacy desiderate, quale sarà il livello di fiducia ritenuto accettabile? Quando gli algoritmi prenderanno decisioni riguardo la vita umana, quale sarà il compromesso accettabile? Nelle aziende dovrà crescere la consapevolezza della centralità dell’uomo, di investire sempre più nelle persone. Stiamo muovendo i primi passi in un territorio che richiede che l’ingegno tecnico sia bilanciato da una visione creativa ed empatica del mondo. Questa capacità proviene dallo studio e continuo nutrimento della cultura umanistica, che deve crescere di pari passo con quella tecnologica.

La consapevolezza circa la centralità del dato – dice Catalina Curcenau, primo Ricercatore dei Laboratori Nazionali di Frascati dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e membro della Foundational Question Institute (FQXi)  – è aumentata in tante aziende (non in tutte), ma mancano gli strumenti e, spesso, le azioni concrete per proteggere e utilizzare al meglio questi dati. Servirebbero anche politiche condivise a livello europeo, che aiutino le aziende e le persone ad affrontare i pericoli di una nuova minaccia – come il terrorismo informatico – e a trarre il massimo beneficio dai dati a disposizione. Servirebbe formazione. Perché i dati sono l’oro del XXI secolo.

Purtroppo ancora oggi – afferma Dario Buttitta, direttore della divisione Pubblica Amministrazione e Sanità in Engineering – l’approccio attuato dalle PA nella gestione degli interventi per la trasformazione digitale nasconde una forte inconsapevolezza sul potenziale che i dati esprimono. Ciò è dovuto alle modalità con le quali la tecnologia viene calata nei contesti “aziendali”: spesso si compra “software” ma non si lavora sull’evoluzione di processi e modelli organizzativi. É invece opportuno comprendere il valore dei processi e la necessità di ripensarli nel passaggio al digitale: non basta digitalizzare un dato che prima era riportato in cartaceo; occorre evolvere le modalità operative, sfruttando i dati rilevati per migliorare l’efficienza e l’efficacia dei servizi resi ai cittadini.

La mia sensazione, lavorando con le PMI del nord-est – dice uno dei visionist Giovanni Longoè che sia ancora molto diffusa una mancanza di cultura di base sull’opportunità (per non dire necessità) di trasformare la mole di dati aziendali in informazioni. Spesso sono disattesi anche i più elementari rudimenti di gestione documentale legati alla propria certificazione di qualità ISO 9000. Le PMI devono uscire al più presto dal loop del vivere alla giornata con dinamiche problematiche anche da un punto di vista banalmente analogico, ed iniziare a sviluppare strategie a medio e lungo termine che partano proprio dalla valorizzazione del patrimonio di conoscenza aziendale, dopo di che si potrà ragionare consapevolmente di gestione dati 4.0.

Di cose ne sono cambiate tante, in un anno – conclude Stefano Epifani, Presidente del Digital Transformation Institute e direttore di Ingenium. Un anno che nel nostro settore equivale a mille. Eppure una cosa non è cambiata: c’è bisogno di lavorare nelle aziende alla creazione di una vera e propria cultura del dato, perché se è vero che con i dati si cresce è anche vero che di dati (o della loro mancanza, o del loro cattivo utilizzo) si può morire. E mai come oggi è fondamentale affermare nelle organizzazioni, in ogni organizzazione quanto sia importante comprendere il ruolo delle informazioni e di come utilizzarle. È il momento degli investimenti, è il momento di crederci. È il momento di capire che il fatto che i dati siano il nuovo petrolio non è solo un modo di dire, ma una conditio sine qua non per la competitività. Al di là dello storytelling.

Di parole in questo primo anno di Ingenium ne abbiamo chieste, sentite, riportate parecchie. Parole che, allo stesso modo dei dati, non sono destinate a restare chiuse in un magazine, ma che devono aiutare persone, aziende, PA ad affrontare la trasformazione digitale eleggendo il dato come alleato.