SOCIETY | 31 Gen 2017

Quanto i dati influiscono sulla (in)sicurezza dei ragazzi in Rete

Il ruolo dell'analisi dei dati nella comprensione dei rischi dei sempre più social nativi digitali

Se gli adolescenti fossero piante, la loro linfa vitale sarebbero gli smartphone” recita una ricerca di Telefono Azzurro e Doxakids del febbraio 2016. E come potremmo negare questo se guardando i nostri ragazzi vediamo proprio quanto siano immersi nella tecnologia, attaccati al proprio device mobile, al punto che quasi possiamo ritenere che dispongano di una sorta di “arto supplementare”, il loro smartphone? Del resto la ricerca, che ha coinvolto 600 giovani dai 12 ai 18 anni e 600 genitori in tutta Italia, ha evidenziato che più di 2 adolescenti su 3 ha ricevuto il primo telefonino prima dei 13 anni (71%).

Messaggistica, chat, social network e giochi online, sono solo una parte delle possibilità a disposizione dei giovani per “esserci”, in un mondo che non si tocca ma che è molto vicino al cuore delle nuove generazioni. Mille modi per chattare con amici e compagni di scuola e potersi così scambiare i compiti per il giorno dopo, organizzare una partita di calcio per il pomeriggio o una partita online, oppure ancora mandarsi il link di Youtube dell’ultima canzone del proprio artista preferito. Ma guardano il proprio cellulare anche quando non devono comunicare con qualcuno, magari solo per controllare l’ultima notifica di Facebook o controllare i risultati di calcio della propria squadra del cuore.

Anche l’iscrizione ai social network avviene precocemente, continua la ricerca di Telefono Azzurro. Infatti il 48% dei dodicenni intervistati è già iscritto a Facebook, il 32% a Instagram e il 78% utilizza WhatsApp. E se comunicare con gli altri e condividere opinioni è importante, spesso i ragazzi sacrificano ore di sonno per rimanere connessi nella penombra della stanza in piena notte, dando origine al fenomeno del vamping. Il 21% dei dodicenni si sveglia durante la notte per controllare i messaggi arrivati sul telefonino, ma la percentuale aumenta al 26,4% tra i 14-15enni.

In un recente articolo su Tech Economy abbiamo parlato dei rischi cui sono soggetti i ragazzi in Internet e cosa fare per difendersi. Voglio qui approfondire il discorso analizzando l’aspetto psico-pedagogico della loro attività. Per capire cosa avviene in loro e come questi vengono influenzati dalla miriade di dati e informazioni con i quali vengono in contatto durante la loro vita digitale, ho sentito il parere di un esperto della materia, Claudia Carbonin, Responsabile ufficio progettazione psicopedagogica del Comune di Venezia, PhD in Scienze pedagogiche Dipartimento FISSPA Università di Padova.

I messaggi impoveriscono le competenze relazionali dei ragazzi?

L’uso della messaggistica attraverso chat individuale e di gruppo afferma Claudia Carbonin modifica le relazioni tra i bambini/ragazzi fin dal loro primo affacciarsi al mondo che si apre con l’utilizzo personale del primo smartphone, generalmente intorno agli 8-10 anni. Si apre loro una seconda dimensione di relazione con i coetanei, ma anche con gli adulti, che è interconnessa a quella già conosciuta nella realtà ma che assume contorni nuovi e diversi dettati dalla velocità, semplicità di utilizzo dell’artefatto, l’immediatezza data dall’uso dell’immagine e l’ampiezza della diffusione. I ragazzini trasformano le relazioni già conosciute, e solo successivamente si aprono a quelle sconosciute, sperimentando le potenzialità del nuovo mezzo a cui hanno accesso ma ne verificano gli effetti nella realtà in un intreccio nuovo e interessante ma dove gli adulti giocano un ruolo determinante di accompagnamento e decodifica. Ciò che avviene nella nuova dimensione è altrettanto vero e reale per i ragazzini di quello che accade nella quotidianità a scuola, solo più veloce, più semplice, meno controllato e intangibile per cui senza confini o limiti, potenzialmente.

Questi elementi possono trovare terreno fertile per ampliare le competenze relazionali, che in questa età si strutturano e si sperimentano in un generale passaggio evolutivo molto delicato, a mio avviso solo con il ruolo di guida e di “protezione” degli adulti significativi che possono accompagnare i ragazzi nell’uso di questi strumenti. L’abuso trova spazio laddove i ragazzi vengono lasciati da soli in questa nuova piazza piena di gente che si comporta in modi diversi da quelli conosciuti e lo fa troppo velocemente, e, allo stesso modo che nella realtà, la dipendenza trova spazio in quei ragazzi già fragili sul versante relazionale che usano questo veicolo per colmare le difficoltà – anche normali per questa fascia d’età – senza trovare adulti che sostengano e accompagnino queste tappe evolutive.

Di certo nessun genitore metterebbe suo figlio alla guida di una Porsche senza spiegargli come si guida e le avvertenze da seguire per evitare di schiantarsi, nonché le regole della strada per evitare di recare danno agli altri. Molti genitori mettono in mano ai loro bambini uno smartphone dicendo loro “tanto lo sai usare meglio di me…” come se la conoscenza del “motore” possa sostituire tutto il resto.

Il denaro nell’era digitale

Oltre ad usare i programmi di messaggistica e i social network i ragazzi online cercano informazioni di proprio interesse (91%), giocano con i videogames (76%), scaricano musica/film, giochi e video (70%). I maschi usano di più la posta elettronica e giocano con i videogiochi rispetto alle femmine, mentre queste leggono un maggior numero di e-book. Ed entrambi i sessi cominciano a fare acquisti online, magari con la carta di credito dei genitori. Tralasciando l’aspetto del “cosa” essi comprino, un aspetto importante è dato invece dall’uso del denaro nell’era digitale e delle transazioni online. Il Bitcoin si affermerà sempre di più quale moneta virtuale.

Ma cosa significherà per un adolescente acquistare con monete virtuali come il Bitcoin senza poter vedere uno scambio tangibile di denaro? Come è possibile per un genitore prevenire il gioco d’azzardo online e la spesa “accidentale” di ingenti somme di denaro da parte dei bambini che navigano in Internet?

I bambini continua Claudia Carbonin acquisiscono in modo completo il concetto di denaro intorno agli 8-9 anni. La capacità di attribuire un valore agli oggetti in termini economici anche dopo. Evidentemente le ampie possibilità che la moneta virtuale ha introdotto a tutti i livelli, penso ai primi videogiochi diffusi tra i bambini come agli acquisti in app, richiedono un forte controllo degli adulti. Non è neppure spiegabile ad un bambino di 6-7 anni il concetto di acquisto virtuale, quando con un click sul telefono della mamma può acquistare le 10.000 pepite che gli servono per superare il livello del suo videogioco preferito.

Semplicemente, ancora una volta, gli adulti devono conoscere ed attivare tutti i sistemi di blocco e controllo che oggi, per fortuna, sono disponibili per prevenire questi acquisti errati. Dagli 8-9 anni si deve, insieme all’uso del denaro sonante far conoscere ai ragazzini la dimensione di valore economico che viene scambiato non più fisicamente ma virtualmente. In fondo anche partendo dall’esperienza quotidiana, i bambini vedono spesso prelevare i soldi per la spesa dal bancomat. Ad un certo punto potranno essere accompagnati a capire che per avere i soldi per mangiare non basta andare al bancomat e chiedere i soldi desiderati ma bisogna guadagnarli con fatica ed affidarli alla banca in deposito. Poi certo, l’esempio autorevole di un uso consapevole del denaro è una condizione educativa che serve, ma quella è sempre servita.

Rendimento scolastico

L’Osservatorio della Società Italiana Pediatri (Sip) aveva monitorato abitudini e stili di vita di un campione di ragazzi che frequentavano la terza media dagli anni 1997 al 2013 in relazione ad Internet e al rendimento scolastico. Se il 52,6% degli intervistati a scuola andava bene, il dato crollava al 36,5% fra chi ammetteva di rimanere connesso ad Internet per più di 3 ore al giorno. Come era inevitabile la percentuale di baby internauti è aumentata costantemente nel corso degli anni ma sono aumentate anche le distrazioni e le nuove sollecitazioni che i ragazzi ricevono e che incidono sul rendimento scolastico.

Al giorno d’oggi i ragazzi ricevono in media 167 messaggi (tra sms, WhatsApp, Messenger e le altre applicazioni di Instant Messaging), anche in classe. Una sindrome compulsiva che può influire proprio sul rendimento scolastico. Lo confermerebbe l’ultima ricerca americana pubblicata su “Psychology of Popular Media Culture”. Sindrome “multidimensionale”: si manifesta con sintomi comportamentali e cognitivi che, dice la ricerca, portano a una riduzione delle performance in campo accademico e professionale. Sono comunque le ragazze a pagarne il prezzo più alto. Un po’ perché di base vanno meglio a scuola, in media, e un po’ perché si lasciano coinvolgere emotivamente dai messaggi e l’ansia danneggia il loro rendimento. Circa il 4% dei ragazzi americani è considerato un utilizzatore “problematico” di internet.

Pornografia

Le comunicazioni digitali che avvengono tra i ragazzi favoriscono anche le conoscenze reciproche e Internet entra sempre di più nelle prime relazioni di coppia degli adolescenti, oltre a condizionare spesso anche la durata del rapporto. Infatti lo stesso social network è anche motivo di forte litigio. Il 15% degli intervistati ha amici che hanno conosciuto online il proprio partner, il 27% ha amici che si sono lasciati con un messaggio attraverso i social, mentre il 17% ha amici che leggono di nascosto i messaggi sul cellulare del partner. Il 3% conosce anche amici minacciati dal fidanzato di pubblicare foto o video privati online. Tra gli aspetti pericolosi infatti troviamo sempre più frequentemente lo scambio di foto sessualmente esplicite (l’11% di 14-15enni conosce qualcuno che ha fatto sexting) e la possibilità per i ragazzi di fruire della pornografia. Il 22% degli intervistati ha dichiarato di essere “molto” assiduo nella visita di siti pornografici, mentre “abbastanza” assiduamente lo fa il 51%. Uno studio del 2015 di Intel Security (intervistati 8.026 pre-adolescenti e adolescenti tra gli 8 e i 16 anni, confrontandoli con le preoccupazioni di 9.017 genitori) ha evidenziato che oltre 1 adolescente su 10 ha dichiarato di aver incontrato realmente una persona conosciuta per la prima volta online e addirittura il 19% dei giovani ha il desiderio di incontrarla. Inoltre il 46% dei giovani ha dichiarato di aver visto della pornografia inavvertitamente, mentre il 32% dichiara di averlo fatto intenzionalmente.

La diffusione di massa della pornografia è un fenomeno relativamente nuovo a cui non siamo preparati e le cui conseguenze possono avere effetti non trascurabili tanto sugli adulti quanto più pesantemente sullo sviluppo di bambini e adolescenti. Secondo un articolo del “State of Mind – il giornale delle scienze psicologiche” con la visione assidua di pornografia accade che «nel cervello regredisce la materia grigia nel corpo striato, preposta alle funzioni cognitive, e dove risiede la nostra facoltà di provare soddisfazione nonché quella di prendere decisioni. Si diventa confusi, indecisi e desensibilizzati. A quel punto diventano necessarie dosi sempre più massicce di stimoli erotici per eccitarsi, preferendo sempre di più che le dosi siano somministrate nella forma virtuale del porno online a scapito dell’eccitazione reale e corporea». Nei giovani inoltre gli strumenti di difesa del cervello sono meno sviluppati, il sistema nervoso non è ancora completamente sviluppato, «e non sarà necessario che un’esperienza sia particolarmente intensa per essere traumatica e perturbante per loro». Nell’indagine di Telefono Azzurro si legge proprio che da una recente ricerca inglese (Kuhn & Gallinat 2014) è emerso che il 28% degli 11-18enni ritiene che la pornografia stia cambiando la mente dei ragazzi ed influenzando il modo in cui intendono le relazioni. L’esempio, a dimostrazione di ciò, è che le ragazzine inglesi pensano di doversi comportare da “pornostar” per piacere ai ragazzi, i maschi invece affrontano la sessualità ed i rapporti sessuali con sempre maggiore ansia.

Può allora la pornografia rendere meno reattivi di fronte alle proposte di eventuali pedofili?

Le potenzialità che apre il medium afferma la Carbonin sono amplissime, e quella che viene citata più spesso con preoccupazione è la pornografia, visto che i ragazzini non devono più comprare di nascosto Playboy ma possono visitare tutti i siti con un click. Questo ambito sfrutta la “normale” curiosità verso il sesso che diversi fattori economico-culturali hanno precocizzato, cavalca la sessualizzazione diffusa in cui siamo immersi quotidianamente dalle tante sollecitazioni commerciali, ma ha un potenziale di rischio maggiore legato anche qui alla solitudine dei ragazzini che cercano immagini di sesso, ma potremmo aggiungere anche immagini di violenza o trasgressione in generale. Gli adescatori virtuali come quelli reali, avvicinano ragazzi e ragazze che vedono o presumono soli, senza controlli e che cercano soddisfazione alla curiosità attraverso canali senza filtri relazionali autorevoli.

Cyberbullismo

Come mostra l’immagine, molte sono le paure che affliggono gli adolescenti in relazione a Internet e che diminuiscono con l’aumentare dell’età. Il rischio maggiormente percepito è quello di incontrare chi li truffa sulla reale identità (54%), poi quello di essere contattati da chi chiede loro dati personali (50%), ricevere richieste sessuali da parte di adulti (47%), anche in cambio di ricariche (39%), mettere online proprie immagini (41%), ma anche essere deriso e umiliato dai compagni (32%) o subire qualsiasi forma di bullismo.

Il bullismo è un fenomeno che si manifesta in vari modi ma, proprio con le nuove tecnologie, il modo di manifestarsi si è evoluto facendosi strada attraverso i mezzi di comunicazione in Internet ed è per questo che oggi si parla anche di cyberbullismo. Infatti, il cyberbullismo viene considerato un’evoluzione del bullismo tradizionale ma, pur condividendo con esso alcune caratteristiche, se ne differenzia in molti aspetti. In genere il fenomeno del bullismo si fonda sull’aggressività, la quale si manifesta attraverso una forma di prepotenza intenzionale, esercitata dall’aggressore, che va a creare un’asimmetria di potere, eseguita nel tempo, provocando alla vittima elevate sofferenze

Con il termine cyberbullismo si intendono «volontari e ripetuti danni inflitti attraverso l’uso del computer e di altri dispositivi elettronici». La definizione appena riportata è molto semplice ma nello stesso tempo, contiene degli elementi chiave riguardanti questo problema, tali da renderla molto accreditata. Per comprendere adeguatamente la definizione è importante soffermarci su alcuni elementi chiave espressi nella stessa:

  • volontario: il comportamento offensivo deve essere deliberato, non accidentale
  • ripetuto: questo tipo di bullismo, rispecchia un modello di comportamento che non è incidentalmente isolato
  • danno: la vittima deve percepire che il danno è stato inflitto
  • dispositivi elettronici: computer, cellulari, giochi; questo è ciò che differenzia il cyberbullismo dal bullismo tradizionale (Hinduja – Patchin, 2009, 5).

Tali strumenti elettronici facilitano la diffusione del cyberbullismo in quanto risulta possibile diffondere messaggi, informazioni o video con l’intento di umiliare la dignità delle altre persone e con l’obiettivo principale di molestare, danneggiare, svalutare e disprezzare un individuo o gruppo di persone (Petrone-Troiano, 2008, 82). Un ulteriore aspetto di fondamentale rilevanza nella distinzione tra cyberbullismo e bullismo tradizionale è che, mentre nel bullismo tradizionale, le vittime una volta rientrate nel proprio luogo di abitazione sono al sicuro, in quanto era la loro casa a proteggerle; il fenomeno del cyberbullismo, invece, si genera attraverso gli strumenti elettronici, fissi e soprattutto portatili (smartphone), che permettono ai bulli di infiltrarsi nelle case delle vittime, di materializzarsi in ogni momento e angolo della loro vita, perseguitandole.

È importante rilevare come il cyberbullismo abbia apportato caratteristiche di gravità al bullismo tradizionale. Infatti i “cyberbulli” spesso sono anonimi, quanto diffondono in rete può raggiungere ogni angolo della terra e inoltre l’anonimato, o comunque la barriera data dalla distanza, fa sì che il cyberbullo compia atti che non avrebbe il coraggio di fare nella vita reale. Si approfitta della presunta invisibilità (ogni computer lascia però le “impronte” che possono essere identificate dalle forze dell’ordine) attraverso la quale vuole ugualmente esprimere il proprio potere e dominio. Vi sono inoltre processi di depersonalizzazione dei soggetti attaccanti, che spesso posso rappresentarsi alla vittima come Avatar.

Quali sono i fattori che determinano i tratti tipici del cyberbullismo? E come si manifesta nel mondo virtuale e non solo dei giovani internauti?

Il cyberbullismo, che in questo periodo ha preso il sopravvento tra i pericoli della rete, preoccupa tanto – a ragione- per le conseguenze più gravi ed eclatanti nelle vittime che, in alcuni casi, di fronte all’aggressione, si sono sentite schiacciate al punto da non vedere altra via d’uscita che la morte” – dice Claudia Carbonin.

“Devo dire che dal mio osservatorio – bambini e ragazzini delle scuole dell’obbligo – colpisce sempre di più la difficoltà a cogliere la differenza tra la realtà e la fantasia, il materiale e l’immateriale, il concreto e l’astratto. Sembra quasi che quello che non si vede non esista, ma anche che il non “metterci la faccia” permetta di spalancare, quasi abbattendoli, i limiti che nella relazione diretta sono conosciuti e acquisiti. Recentemente mi è capitato di provare a tradurre a bambini di quinta elementare i comportamenti che mettevano in atto attraverso la neonata chat di classe: mentre tutti  erano concordi nel ritenere che sbattere la porta in faccia ad un compagno che si vuole allontanare fosse un’azione molto forte che avrebbe fatto stare male il compagno, che avrebbero fatto solo se molto arrabbiati, escludere lo stesso compagno dal gruppo WhatsApp di amici, oltre che essere una cosa frequentissima, non era considerata una azione altrettanto forte che potesse ferire il compagno perché avveniva in un NON-luogo, in un NON-tempo, chi agiva l’azione (un click nel gruppo) era molto lontano dal compagno in questione, non lo vedeva, né sentiva ma in realtà esercitava un potere molto più forte di una porta sbattuta in faccia: l’esclusione dal gruppo. 

Di fatto è vero che accade proprio questo nei social agli adulti come ai ragazzi: parole e affermazioni che di persona non si avrebbe il coraggio di dire trovano spazio invece in questa dimensione virtuale spesso confusa con IRREALE ma che agisce le sue conseguenze nella REALTÀ più personale e intima. Da una parte mi vengono in mente tutti gli studi di psicologia di comunità (Gustave Le Bon, Psicologia delle folle, 1927) in cui si osservava quanto il gruppo/il branco avesse la funzione di annientare le barriere normative e morali del singolo individuo che vi apparteneva permettendo di mettere in pratica comportamenti anche feroci senza ritenersi direttamente responsabili di quelle stesse azioni; dall’altra bisogna tener presente l’ANALFABETISMO digitale (digital literacy), di cui probabilmente mancano i dati, degli adulti di oggi. Sempre dal mio osservatorio di genitori di pre-adolescenti/adolescenti, quindi generalmente 40-50enni, solo chi ha un livello culturale/professionale alto, oltre ad avere specifiche cognizioni tecniche (magari anche per lavoro) ha gli strumenti per una riflessione critica e consapevole sui fenomeni digitali (cfr. dalle bufale al cyberbullismo). Questo mi porta a dire che solo la scuola può e deve assumersi un serio compito di educare adulti, bambini e ragazzi a questo nuovo linguaggio, dimensione temporale e relazionale nella quale siamo immersi a 360° e sviluppare le competenze critiche che servono per un uso consapevole degli strumenti, le potenzialità che aprono e i limiti che devono essere posti per una convivenza regolata e civile.

Per meglio comprendere i fenomeni fin qui esposti, sembra interessante a questo punto sintetizzare quelle che sono state le richieste di aiuto arrivate a Telefono Azzurro dal 1° aprile al 31 dicembre 2015 alla linea telefonica gratuita 19696 e sulla chat disponibile al sito www.azzurro.it/chat. Quasi 1 richiesta su 3 riguarda il fenomeno del cyberbullismo (30%), più di 1 su 6 riguarda problematiche legate al sesso online (16%) e quasi 1 richiesta su 4 riguarda informazioni legate al web (24%). La cosa preoccupante è che molto spesso i genitori non conoscono i fenomeni legati alle problematiche sessuali. Infatti il termine sexting è conosciuto solo dal 29% dei genitori intervistati, sextortion dal 20% e il grooming solo dal 13%.

Da quanto appena esposto possiamo concludere che…

di questo mondo basato sui “dati”, c’è per i ragazzi di positivo il fatto che Internet apra loro nuove porte e nuove prospettive, grazie ad esso si sono collegati varie strutture scolastiche a livello mondiale permettendo un confronto interculturale sia virtuale che reale aprendo anche nuovi sbocchi e nuove idee con programmi e gemellaggi. Le informazioni portano inoltre a favorire la mobilità internazionale e gli scambi culturali e sociali. I ragazzi si sentono più cittadini del mondo, interconnessi e sempre in collegamento con chi amano e a disposizione hanno tutto quello che serve per raggiungere i loro traguardi professionali. Ma di contro, i rischi di questo mondo digitale, sono tanti, e solo insieme a genitori/educatori, ben preparati e sensibili alla problematica, potranno “navigare” verso le loro mete in tutta sicurezza.

Antonio Sagliocca